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La scia chilometrica dei monaci birmani PDF Stampa E-mail
mercoledì 10 ottobre 2007

Sono una lunga scia chilometrica di monaci che, silenziosamente manifestano contro un regime. - Un regime dispotico, l’ennesimo che si regge unicamente con la violenza ed il disprezzo per coloro che sono «povera gente». In Birmania accade anche questo vergognoso scempio. 
Loro, i monaci, scalzi o con i sandali, camminano per le strade di Rangoon. Senza pietre, senza violenza, senza urli. Con i loro canti, con la loro umiltà, seguiti ed applauditi da migliaia di cittadini che vogliono ribellarsi ad un regime che si regge unicamente con la violenza. 

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Per chiunque abbia visto le immagini, questo cordone infinito di monaci vestiti di rosso, da risalto alle nostre tiepide coscienze. Verrebbe da chiedersi dov’è l’Onu. Ma, l’Onu, come dice «Ago il poeta» non esiste più. 
I monaci sono l’esempio di un dissenso libero da ideologie, libero dalla servitù del potere. 
Sono usciti dai templi, in solitudine, ed insieme a centinaia e centinaia di altri monaci sfilano contro l’aumento del prezzo del riso, da 900 Khyatt (50 centesimi) a 1200 in soli 15 giorni. 
Sfilano nelle strade per la libertà, per il diritto, legittimo, che ha o dovrebbe avere ogni uomo di esprimere il proprio pensiero. Protestano contro la violenza di un regime militare che elimina brutalmente gli oppositori. Migliaia sono i monaci rinchiusi nei campi, selvaggiamente picchiati. Senza contare quelli uccisi. 
Tutto questo, sotto lo sguardo indifferente del mondo. La Cina e la Russia con i loro veti, e la loro sottile diplomazia internazionale acconsentono a tutto ciò. Ma perché sorprendersi? Qualcuno si ricorda come venne decisa la guerra in Iraq? Le superpotenze continuano a fare affari con i regimi dittatoriali, finché vi è da guadagnare si guadagna, non importa se sulle spalle di coloro che non riescono a sopravvivere. E se qualcuno manifesta, si spara. 
Questi monaci sono i nostri eroi, invisibili, oserei dire «unici». Silenziosi portatori di pace, che in cambio ricevono botte e proiettili. Ma hanno vinto loro, con la loro ferma e solitaria protesta. Il loro è l’inno della vita e della libertà. Scalzi e come armi il silenzio e la preghiera. 
I regimi possono opporsi con le armi, (d’altra parte l’ignoranza si coltiva con la violenza), ma sarà il tempo a dimostrare che la ragione sta dalla parte di queste tuniche rosse, che con grande animo sono scesi dai templi, ad insegnare che la violenza è sconfitta. Il lungo serpente color amaranto che abbiamo visto è li a dimostrarcelo. Ed il loro esempio e messaggio, è tanto più grande di quanto immaginavamo, perché come vi è scritto in un tempio Shaolin, «chi attacca deve vincere, chi si difende deve solo sopravvivere».

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Ultimo aggiornamento ( giovedì 07 febbraio 2008 )
 

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