Gli uomini sono come la punteggiatura. Ed io vedo molti punti interrogativi e punti di sospensione a costituzione di quella che siamo soliti chiamare società. Sicuramente è quest'ultima la punteggiatura che incontro perlopiù quotidianamente. Mai un bel punto esclamativo! Mai qualcuno che riesca a farti sobbalzare per lo stupore, per un inebriante scorcio di speranza, per qualche frase edificata sulla riflessione, sulla costanza, sull'intelligenza, sulla ricerca. Mai alcuna creazione, solo sospensione, disattesa. E ci si lascia andare, altro che risalire la corrente, parafrasando R. Caillois: “ Seguire un impulso e opporvisi non sono vie che si equivalgono: tutto ciò che l'una dispensa in termini di facilità ed ebbrezza, l'altra lo esige in fatica e lungimiranza. Nella società l'individuo è impotente. La massa lo schiaccia e lo ignora. Nulla che si conformi immediatamente alle sue leggi e non adotti i suoi modi ha presa su di essa. Sicut natura societas parendo imperatur. Solo ciò che è di natura sociale può agire efficacemente sulla società”. Così non da potenza contro potenza, ma come Davide contro Golia, un punto esclamativo si isola in disparte, in fondo ad una frase, nascosto tra punti, contrappunti, doppi punti, virgole e quelle maledette sospensioni! La sospensione mi fa trasalire. E' la punteggiatura che più odio: è abusata, è ovunque. Eccola, ad esempio “...” ovunque! Un punto è un punto: in sé è racchiuso il senso del limite, dice qualcosa, dice molto. Una virgola è una virgola: in sé è racchiusa la bellezza della pausa, del silenzio decoroso tra le parole, quel Silenzio che anche per Agostino (De natura boni), interposto al parlare, non è privazione del dire ma esaltazione dell'importanza della cosa detta. C'è anche la punteggiatura narcisistica, quella intimistica, quella ruffiana che ama più il lettore che lo scrittore, ma quella eccedente sospensione, sempre così pervicacemente ostentata, non posso proprio sopportarla. Quella punteggiatura così priva di virtù, così banale e, proprio per ciò, così di tendenza, così esaltata. Il punto di sospensione non afferma mai, ne interroga: sospende, rimanda sempre ad un tempo futuro. Crea uno scarto tra ciò che è e ciò che sarà. E' questo scarto che mi indispone, è questa assenza di identità la caratteristica che fra tutte contraddistingue il punto di sospensione tra tutta la punteggiatura. Così, quanti punti di sospensione in questa nostra società! Più che la mancanza di identità è lo scarto sulla identità in corso e quella a venire che li contraddistingue. Se cercassi di definire questo scarto, finirei palesemente a descrivere quella simil-soggettività, fatica di anni di assoggettamento al consumo come unica via di accettazione e di riscatto sociale che caratterizza questi odiati punti di sospensione. Questo scarto sembra essere sempre riempito dall'inseguimento e dal momentaneo e fugace appagamento di un fittizio senso di appartenenza. E' quel “simulacro” che Jean Baudrillard definisce come “quell'espressione pubblica dell'<io> che sostituisce la rappresentazione a ciò che essa si ritiene rappresenti. L'identità schiacciata dalla consapevolezza che l'essere qualcuno, o forse meglio dovrei dire qualcosa, debba passare obbligatoriamente da ciò che s'è acquistato e che s'è acquistato esclusivamente per appartenere a qualcosa, a qualcuno. Per essere trasferito in possesso di qualcun altro, per essere comprato, mercificato a favore di un'accettazione di cui l'uomo con l'identità “in sospensione” è succube. Il bisogno è il costante essere in sospensione, in attesa del prossimo cambiamento di un'identità senza forma, mutevole, durevole quanto una stagione o meno, per rimanere sempre sul mercato. IIl bisogno non è quello di conoscere un'identità, di “conoscere te stesso” ma quello di potersi disfare all'occorrenza di quel se stessi così ingombrante e scomodo da afferrare che tuttavia rimane sempre presente come un'ombra dietro le nostre spalle. Il bisogno è quello di poter negare ogni identità, anzi di non averla mai affermata o di affermarla sempre come qualcosa che vada bene per ogni stagione: che poi è la medesima cosa. Tutto in sospensione, a galla. Un'identità sospesa che tuttavia cerca di simulare attraverso il senso dell'appartenenza (il posto che frequenti per il tuo divertimento, i vestiti che indossi, la pettinatura, il look, i tuoi gusti musicali anche se non hai una cultura musicale, o quelli letterari anche se tre sono i libri che hai letto in tutta la tua vita, obbligato, una religione o un partito politico a cui affidare le tue idee, i tuoi valori comprati “a pacchetto, all inclusive”); quell'essere costitutivo manchevole ed evitato. L'identità sospesa passa attraverso l'acquisizione di una merce per la trasformazione ultima dell' <io> a sua stessa volta in una merce; come scrive Bauman “...Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce...”, condivido. Puntini di sospensione ovunque... |