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L’ultimo Cronista PDF Stampa E-mail
lunedì 19 novembre 2007
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ENZO BIAGI   09/08/1920-06/11/2007

Potremmo definirlo così, Enzo Biagi: l’ultimo cronista.
Non ce ne sono più oramai di cronisti, di quello spessore, di quella statura. Vanno via via, con gli anni scomparendo. Ed il ricambio generazionale è il vuoto.
I tappeti della nuova nomenclatura segnano il passaggio fra generazioni di giornalisti, cronisti, di un certo tipo, oserei dire di una certa etica, al servizio cioè della propria coscienza, e quelli odierni, la maggior parte “maggiordomi”al servizio del padrone di turno.
Enzo Biagi lascia un patrimonio inesauribile: di articoli, di reportage, di libri, di programmi televisivi. Aveva il dono della semplicità, condivisibile o meno, ma entrava nella testa di chiunque, a modo suo, senza clamore, senza urla, senza volgarità.
Tanto per fare un esempio: accanto al giornalismo della volgarità, della finta intelligenza, della “messinscena”, della meschinità e faziosità politica, (tanto per non fare nomi, Ferrara), vi era un altro tipo di giornalismo: il giornalismo appunto.
Biagi era il servizio pubblico, nell’utilizzo giuridico di questo termine.
Biagi aveva, come pochi altri, penso a Bocca, a Montanelli per esempio, la schiena DIRITTA, cosa non da poco. Non era al servizo di nessuno.
Le sue erano radici della provincia. Dove l’insegnamento ed il rispetto andavano di pari passo.
Ha lavorato per numerose testate: penso al “Resto del Carlino”, ad “Epoca”, alla “Stampa”, per poi passare al Tg1, al “Corriere”a “Repubblica”e alla fine ritornare al “Corriere”, che forse era la sua casa.
In tutti questi passaggi, si è a volte intromessa la politica. Ovvero i burattini di turno, lo costringevano ad andarsene.
Nel 1960 l’allora presidente del Consiglio Tambroni, lo fece cacciare da Epoca. Nel 1961, direttore al Tg1, resistette pochi mesi.
E come non ricordare questo episodio:
il 18 aprile 2002, durante una visita ufficiale a Sofia, l’allora Presidente del Consiglio, Berlusconi così si espresse in una conferenza stampa:
“L’uso che Biagi, Santoro e Luttazzi hanno fatto delle tv pubblica, pagata con i soldi di tutti, è un uso criminoso. Credo che sia un preciso dovere della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga”.( Il famoso “editto bulgaro”).
Lo stesso signore di cui sopra, il giorno dopo la morte di Biagi, così riferì:
“ Oggi sulla prima pagina di un quotidiano mi si rende giustizia perché quello che io ebbi a dire era che non si doveva fare un uso della televisione di un certo tipo. Ma non c’è mai stato un “editto bulgaro”, né ho detto che questi signori non dovevano fare tv”.
Ci sarebbe un solo modo per definire queste affermazioni. Ma non amo la volgarità.
Hanno trattato Biagi come una pezza da piedi. La Rai lo ha licenziato con una raccomandata con ricevuta di ritorno firmata dal signor Sacca, nel lontano 2002.
(Già, ma chi era Saccà? Ricordiamo solo che nel 1996 era l’assistente della presidente Moratti, allora alla Rai. E così lo stesso disse della Rai, dopo la sua nomina:
“ la Rai produce la miglior tv d’europa, le nostre fiction stanno all’Odissea e all’Iliade come questi due grandi poemi stanno al popolo greco”.) No comment!
“Lo hanno ucciso. E’ stato un ostracismo. Enzo Biagi dava fastidio, non era utile ed è stato cacciato”.
Così  il Cardinale Tonini si è pronunciato  giorni dopo la morte di Biagi, in un noto programma televisivo.
Aveva ragione. Quando chiudi la bocca a qualcuno, per paura della verità, o perché le idee danno fastidio, sei solo degno di un termine, ormai aihmè sdoganato: fascista.
Ci siamo persi, lo so.
Ma come non ricordare, ricordando Biagi, quest’onta. Questo disonore, di questa “italietta”.
Per chi, da anni lo leggeva. Per chi ogni anno aspettava l’autunno per leggersi d’un fiato i libri di Biagi, di Bocca. Per chi ogni giovedì leggeva su “Repubblica” la sua rubrica settimanale, che se non erro si chiamava “Strettamente personale”, fino all’ultima sul “Corriere”, ogni domenica.
Biagi amava dire che :“ho sempre sognato di fare il giornalista, perché vedevo questo come un mestiere in grado di riparare i torti e le ingiustizie, una sorta di “vendicatore”.
In fondo il giornalista, questo dovrebbe fare, scoprire, indagare, fare domande scomode, raccontare un fatto, ma anche spiegarlo, cercare di capirlo. Tutto l’opposto di ciò che avviene oggi.
Se penso a coloro, e mi riferisco al campo giornalistico, che non ci sono più, mi chiedo: chi leggere? Dove trovare nella spazzatura del quotidiano, qualcosa di degno?
Non per me, che ho un’età vaccinata, ma per le generazioni che arrivano, in tutta fretta e che non sanno dove andare,e salgono così sul primo treno degli allocchi.
Biagi lavorava tanto. Come dovrebbe fare qualunque giornalista. Perché è il continuo apprendimento, la continua ricerca, che indicano la strada da percorrere. Ma oggi cosa fanno coloro che ci propongono ogni sera la “loro “informazione? Stanno seduti davanti ad un computer a ricevere badilate di notizie, patinate, tutte uguali, non degne di essere raccontate o descritte, ma solo asservite sul piatto della loro omologata mediocrità.
C’è un episodio che voglio qui ricordare di Biagi. E risale a quando era bambino. Quando a scuola la maestra gli aveva chiesto che lavoro facesse suo padre. E Biagi rispose: l’impiegato.
La sera raccontò l’episodio a sua madre. E l’indomani la stessa lo accompagnò a scuola e disse alla maestra che Enzo si voleva scusare con lei e con tutta la classe, perché si era sbagliato. Suo padre non faceva l’impiegato, ma l’operaio.
Si potrebbe chiudere qui, con questo ricordo, forse deamicisiano, ma semplice.
Come si chiude questa pagina di ricordo e di amarezza. Non tanto per il tempo che passa, e che fa parte di questo strano e misterioso viaggio che si chiama esistenza. Ma perché se coloro a cui hai dedicato ore ed ore, non ci sono più, a chi rivolgersi ora, per l’oggi e per il domani?
In memoria di Enzo Biagi.
Ultimo aggiornamento ( martedì 01 aprile 2008 )
 
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