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La filosofia (l'amore del sapere) e la politica sono invenzioni coeve della Grecia classica. Tra esse esiste un originario rapporto di implicazione: l'argomentazione critica, lo spazio pubblico, l'attivazione della cittadinanza. Dagli anni settanta uno degli elementi costitutivi della politica italiana è stata l'emarginazione della popolazione dagli affari del Palazzo; una strategia impiegata dai regnanti al fine di trasformare la politica in un regno di pochi tracotanti intrallazzatori, un territorio inaccessibile, impermeabile, inattaccabile; una strategia per affermare implicitamente che il cittadino non era più parte attiva della polis. In un simile contesto, quando si proferisce la parola democrazia, si impiega sempre il vocabolo impropriamente, essa è sempre più crazia (potere) e sempre meno demo (del popolo)! Lo spazio pubblico è andato via via riducendosi. A quei tempi Pier Paolo Pasolini dalle pagine de Il Mondo (28/08/1975) scriveva delle Responsabilità dei politici italiani per i reati di indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell'abbandono "selvaggio" delle campagne, responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. Non lontani i tempi in cui scriveva che sarebbe servito un pubblico processo ai gerarchi democristiani, un vero processo penale ai vari Andreotti, Fanfani, Rumor e ad altre dozzine di potenti, senza del quale era inutile provare speranza per il nostro Paese. Pasolini è un meraviglioso intellettuale e come tale (rubando al mio amico Angelo un'espressione a lui cara) ha svolto il suo dovere "decifrando il mondo", anticipando il futuro, consegnandoci nel presente le chiavi della possibilità di poter agire secondo modalità congrue alla retta convivenza umana. L'attualità, l'odierna "politica" , le istituzioni, l'uomo moderno sono prove tangibili di come ciò che scrisse l'intellettuale negli anni settanta oggi sia mera cronaca. L’intellettuale dovrebbe sempre svolgere il suo dovere per la polis, nella polis, coerentemente: questo è il suo difficile dovere anche quando si trova sotto accusa o “messo in minoranza”. Nel processo che la polis intenta a Socrate non si sostengono solo le accuse di corruzione nei confronti dell'animo dei giovani ma si evidenzia soprattutto la diffidenza, la paura e l'ostilità del mondo politico verso la figura di Socrate come intellettuale. Socrate infatti, detentore di un sapere critico, appare inquietante per la polis, in quanto quel sapere non sorregge il potere ma lo mina, mentre la città preferisce l'apparenza di un illusorio sapere all'autenticità del dubbio metodico: egli svela il vuoto di sapere che accomuna i politici, persuasori nefasti, e a questo vuoto contrappone il suo non sapere. Negli anni ottanta un antiquato ma funzionante stratagemma, utilizzato dal Palazzo e da chi entrava e usciva dalle sue porte, fu quello di isolare o di comprare a proprio vantaggio chi aveva le risorse (intellettuali) per mostrare queste sue impopolari peculiarità o, ancora, di condurre una umiliante battaglia per accaparrarsi i mezzi di informazione, potenzialmente capaci di distribuire le citate risorse, trasformandoli in dispensatori di soffice, vaporoso, gommoso, voluminoso nulla. Oggi tutto ciò si chiama mercato e organizzazione del palinsesto televisivo. L'argomentazione critica è andata via via riducendosi. La neonata moderna "polis" convogliò in modo tragico, individuale e passivo sui binari dell'indolenza, della convinzione della propria impotenza, comunque tutto sommato felice per i pochi svaghi che ancora riteneva propri ed inviolabili: il caffè del mattino, la sigaretta del dopo pranzo, il quizzone e la domenica calcistica. Quali meravigliose cause di felicità!! Così accadde che tra tutte queste bizzarre trascuratezze l'assurdo, il grottesco e il paradosso diventarono normalità e viceversa. L'attivazione della cittadinanza è andata via via riducendosi. In Vita activa (1958), Hannah Arendt propone l'elaborazione del contrasto tra un tipo ideale di comunità politica - la polis greca al tempo di Pericle - e la decadenza dell'agire politico nel pensiero occidentale moderno. Nei suoi scritti ravvisa come, nel primo cinquantennio del secolo scorso, antisemitismo, imperialismo e trasformazione plebiscitaria delle democrazie non siano altro che gli effetti della passività nei confronti dell'azione politica dell'uomo moderno. Attualizzato, il concetto dovrebbe imputare all’uomo moderno anche la passività rispetto al proprio agire solitario, solo “in mezzo” alla comunità e non “nella” comunità, solo in mezzo alla polis e non parte della polis, ormai relegata a risorsa, a ambiente da sfruttare. Riflettendo, oggi come ieri, la figura dell’intellettuale dovrebbe avere un ruolo indispensabile, fondamentale nella vita politica di un Paese e l’amore per il sapere dovrebbe metterci in guardia, indirizzarci ad una retta interpretazione del presente. Politica e amore per il sapere, già originariamente implicate nel loro rapporto di creazione, non dovrebbero mai separarsi. Sfoglio le pagine della politica sui quotidiani per trovare traccia di questo efficace binomio. Cerco il dubbio metodico della filosofia greca. Sepolto da secoli. Cerco Pasolini, per esempio, (mai attuale come oggi!) sulle pagine del Corriere della Sera, di Repubblica, di La Stampa, de il Giornale, dei quotidiani di maggior tiratura, (in televisione non ci provo neppure a cercarlo): non c'è! Già, è stato assassinato. Poi penso che le parole (le Parole con la P maiuscola) non si uccidono. La morte le consegna all'uomo, alla polis, al tempo immortale, alla storia, agli intellettuali per il proprio dovere. Cerco pure i Politici, la stessa sorte, anche peggio. Dove sono svaniti gli intellettuali che dovrebbero argomentare criticamente, in uno spazio pubblico, attivamente con la cittadinanza? Non dovrebbero preservarci, illuminarci, illuminare la politica, dare valore alla res-publica? Le loro parole non dovrebbero proiettare sui nostri volti nuove speranze? Perché è così difficile trovarli? Scomparsi? Forse qualcuno di loro svolge il proprio dovere nascosto, qualcun altro lo svolge in "luoghi" elitari, qualcun altro ormai finge di non essere un intellettuale (e qualcuno se ne è pure convinto). Tuttavia c’è chi sostiene che sono presenti e sostiene che sono spesso in televisione. Ora, quando voglio trovarne qualcuno finalmente ho scoperto dove cercare: accendo la televisione, mi sintonizzo su uno dei programmi “meno peggio”, quello di Fabio Fazio, " Che tempo che fa' ". Li ce n'è sempre qualcuno, pronto a rispondere a una domanda accomodante in pochi secondi e pure senza troppa argomentazione (beata loro capacità di sintesi!) o a un’altra spiritosa, a cui il pubblico ben ammaestrato risponde con un battito di mani all’unisono. Rimane seduto in poltrona ben inquadrato dalla macchina da presa; magari è uno di quelli che non appariva da tempo, anch'egli alle prese con il solitario gioco del mercato a promuovere il suo nuovo interessante ultimo libro che tiene tra le mani in bella evidenza. |