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Appena terminata un'accorta lettura dell'ultima enciclica di J. Ratzinger non ho potuto fare altro che costatare con rassegnazione e consapevolezza che non avrò mai tempo per rispondere in modo esaustivo a tutte le noncuranze, le inesattezze, le superficiali trattazioni, le anacronistiche affermazioni che il testo offre. Non capisco come mai in un centinaio di pagine il pontefice abbia voluto vandalisticamente percuotere così tanti argomenti: progresso, fede, verità, modernità, istituzione religiosa. Non avrebbe meritato ciascuno di questi argomenti ben altri approfondimenti? Mi sono chiesto poi per quale motivo ancora continui ad ostinarmi a ricercare e ad analizzare questo genere di materiale con la presunzione che esso possa mettere in discussione le mie opinioni. Ogni qualvolta provo a dubitare delle mie considerazioni sull'argomento il risultato è spesso il medesimo e cioè che esse, invece di sgretolarsi, si consolidano e si rinvigoriscono. Che sia questo il destino per i fautori del dubbio? Il maledetto sentiero delle conferme?
Su questo sentiero (anche se di certo egli non vi si trova come tragico sostenitore del dubbio) passeggia quietamente Benedetto XVI che nella "Spe Salvi" proclama i propri assiomi: Speranza - Fede - Salvezza. Sebbene siano inserite varie citazioni, da Kant a Paolo di Tarso, da Agostino d'Ippona a Bernardo di Chiaravalle, Horkheimer, Adorno, pure Dostoevskij si chiama in causa al fine di sostenere il proprio asserto (in buona sostanza: la speranza è la Salvezza poiché in essa è già inscritta la fede), l'enciclica si evolve sempre su un livello puramente tautologico. Ratzinger nella Spe Salvi non argomenta un ragionamento per finalizzarlo ad un concetto (Spe Salvi facti sumus) ma cerca argomentazioni per affermare ciò che l'istituzione religiosa considera vero aprioristicamente, per enunciare una propria arbitraria verità. Ecco che il sentiero delle conferme conduce nel vizioso circolo dell’autoaffermazione. Per fare un esempio, il pontefice discorre di "giudizio finale", di "resurrezione dei corpi", di "salvezza dell'anima" per affermare che la Speranza sia la Salvezza; ma tutti questi argomenti rappresentano già di per se stessi visioni, che sebbene possano essere molto suggestive, restano di fatto arbitrarie, miraggi e frutto di una concezione del Tempo dell'Uomo escatologica. L'eschaton è il tempo dal punto di vista di Dio, l'assoluto futuro e anche l'assoluto inizio, è la totalità del tempo, la fine dello spazio nel senso dell'estrema ultimità. Quest'ottica implica che il tempo presente debba essere superato perché è tempo della caduta e della miseria, tempo di punizione e di dolore in vista della Promessa, della Salvezza. L'idea escatologica del tempo è l'abbandono del presente per vili e vani deliri d’onnipotenza; non sono partite forse da idee escatologiche le ideologie del secolo scorso, nazismo e comunismo? Non erano forse anche quelle “visioni”? Non pretendevano anch'esse di incamminarsi su quel sentiero impregnato della propria “verità”, per non allontarvisi, nell’attesa del tempo della Redenzione? Non hanno condizionato forse il presente attraverso un’indiscutibile consapevolezza a riguardo dell'imminente, anticipato futuro? Quale esito hanno avuto se non l'oblio del presente a favore di un’immaginifica "realtà altra"? In qualunque modo l'escatologia cristiana, che trova suo compimento nel concetto della Speranza, ha cambiato e cambia radicalmente l'uomo. Lo afferma lo stesso J. Ratzinger nell'enciclica: "Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una nuova vita", oppure "Essa attira dentro il presente, così che quest'ultimo non è più il puro "non-ancora". Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future". Vero è che la fede, la speranza e la salvezza cambiano i rapporti tra uomo e mondo. Perché occuparsi del presente, di migliorare il mondo, se il mondo migliorato non rappresenta nella visione cristiana un fine, ma ancora e soltanto il luogo di attesa del Vero futuro della salvezza? O per dirla con una frase della Spe Salvi: "Così, pur essendo necessario un continuo impegno per il miglioramento del mondo, il mondo migliore di domani non può essere il contenuto proprio e sufficiente della nostra speranza". Per quale motivo dunque affannarsi a migliorare il miserrimo impuro e perituro mondo? Inequivocabile è anche che la lettera papale è destinata ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici sulla speranza cristiana cioè a tutti coloro che considerano il già citato sentiero l’unico percorribile, o forse addirittura l’unico esistente. Da questa premessa è intuibile la chiusura rispetto a chi passeggia su altri sentieri e al dialogo con essi che non inizi con un “mea culpa” di quest’ultimi: anni luce sembrano passati dalle intenzioni del Concilio Vaticano II ! Sul tema della salvezza e della fede mi ripropongo a breve la rilettura del libro di Salvatore Natoli (professore di filosofia teoretica) dal titolo “La salvezza senza fede” (Feltrinelli, pag. 265, eur 10,00). Testo fondamentale per la comprensione di quel concetto che Natoli circoscrive come “etica del finito” cioè il comprendersi a partire dalla consapevolezza della propria mortalità. Questo modo di concepire l’esistenza – definibile in senso lato come pagano – percorre l’intera storia dell’Occidente, attraversa la cristianità, riemerge infine evidente dopo la morte di Dio come ethos tragico. In questo libro egli affronta il nostro tempo, la promessa cristiana di salvezza, mai abbandonata dall’uomo d’Occidente, sostituita progressivamente dalla fede in dio al tentativo di procurarsela da solo, di farsi a suo modo Dio. Ciò non lo ha tuttavia esonerato dalle sue fragilità e costringe l’uomo contemporaneo a vivere stretto più che mai nell’antinomia tragica. Ma ai greci non si torna, dai greci si riparte. Ripartire. Dall’uomo, dal presente, dico io. Ratzinger ammonisce che un mondo senza la Speranza (intesa come Fede) è un mondo senza Dio e che solo Dio può creare giustizia. E la Fede ci da la certezza: Egli lo fa. L’immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza; per noi forse addirittura l’immagine decisiva della speranza (…) Dio è giustizia e crea giustizia. E’ questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Di nuovo riappare l’escatologia del tempo cristiano che consegna ad un tempo futuro le chiavi della giustizia, mentre consegna al presente le incertezze, le prevaricazioni e le ingiustizie: non solo quelle provocate dall’assente senso di responsabilità umano ma anche dall’innocente tragicità della phisis. Ripartire dall’uomo vuole dire abbandonare il sentiero della cieca fede e incamminarsi su quello dell’assunzione di un diffuso senso di responsabilità, di consapevolezza e di accettazione dei limiti umani (primo tra tutti la propria mortalità). Ripartire dall’uomo vuol dire essere responsabili della propria storia. L’Occidente non può fare tabula rasa del proprio passato e se se ne vuole fare carico é obbligato a ripartire in viaggio verso il futuro cosciente della sua immatura democrazia. Se vuole ripartire deve ripercorrere i principi su cui essa si basa: libertà, uguaglianza e fraternità (che io chiamerei anche solidarietà). Se nei confronti delle prime due qualcosa si è fatto (ed il fatto che io possa scrivere qualcosa di antitetico ai dettami ecclesiastici, su un mezzo di comunicazione come internet, n’è la prova) nei confronti della terza non ci si è neppure mossi. Dice Natoli:” Nella disillusione a cui ci hanno condotto le ambizioni di un’ormai consumata modernità, l’esperienza del divino ha la possibilità di ritornare nella percezione della divinità del tutto. Una versione modificata del detto di Talete: non più tutto è pieno di dei, ma invece il senso del comune appartenere e del reciproco appartenersi, liberi da ogni presunzione di onnipotenza. (..) Ripartire dall’uomo vuol dire abbandonare l’uomo della Genesi che attribuisce un nome alle cose di cui si considera proprietario per mandato divino e che reputa mere risorse da sfruttare. Vuole dire considerare l’altro, sia esso uomo, animale o cosa non secondo una scala di superiorità/inferiorità ma come parte di un tutto con pari dignità. Vuole dire riconoscere solidarietà nei confronti del tutto in quanto il tutto è ciò a cui noi stessi apparteniamo. Ripartire vuole dire considerare il tutto presente come il tutto divino, senza escatologia, nell’ottica del tempo “sempre presente “ ovvero di “meta continua”. Ripartire vuol dire anche interrogarsi. Inizio cosi: “Un mondo felice o Dio come felicità del mondo?”. |