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Le "Notti Bianche" italiane. PDF Stampa E-mail
Scritto da Agostino   
luned́ 14 gennaio 2008

realtà

Uno dei numerosi motivi per cui adoro Fedor Dostoevskij é lo spirito che permea ogni uomo e ogni donna creati dalla sua immaginazione.
Personaggi capaci di vivere a prescindere dal romanzo di cui fanno parte, esistono individualmente, in assoluto, per i loro sentimenti parallelamente divergenti ma paradossalmente concilianti; per la tragicità classica che pervade il campo della loro azione nel quale le decisioni sono sempre scelta, dilemma, aut-aut interiore e con il mondo esterno; per l’ambiguità e la doppiezza della loro psicologia; perché il tessuto narrativo che ne presenta la prospettiva descrive contemporaneamente anche il lettore, concedendogli emozioni indelebili.
La dolcezza dischiusa in una pagina è trafitta dall'amarezza della sua sostanza e questa consapevolezza trasforma ogni riga in stille di sublime grazia.
Ogni personaggio è interiorità, lacerante, lacerata, descritta da pregiati ragionamenti in forma di discussione, silenzi; confronto incessante tra realtà e astrazione, materialismo e spiritualismo, sorgente di una tensione appassionante e celebrale.
I suoi testi sono l'impotenza e l'inquietudine nei confronti dei limiti sociali che arginano vicendevolmente la possibilità di un presente o di un futuro. Sono il dolore assordante provocato dalla travagliata ricerca di sé.
L’artificiosa in–genui(ni)tà dei personaggi, coattivamente condotti all’impossibilità di evadere il loro destino narrativo, è il campo di battaglia ideale su cui il grande scrittore russo dispiega una innanzi all'altra le schiere di soldati degli eserciti morali pronti allo scontro (e con quale esito?): Bene e Male, Libertà e Imposizione, Individualismo e Solidarietà, antinomie imprescindibilmente figlie della nostra cultura cristiana, madre della nostra modernità.

E’ questa adesione immortale al carattere umano (occidentale) che in questi giorni, sfogliando le pagine dei quotidiani, mi ha riportato alla mente Uno dei personaggi di Dostoevskij: l'Io de "Le Notti Bianche", romanzo breve pubblicato nel novembre 1848 (pensa, già 160 anni fa' !), ambientato in una San Pietroburgo irreale, isolata, deserta, lugubre e onirica, che non conosce tramonto.
Il protagonista, un giovane sognatore che vive il proprio mondo in una dimensione disgiunta dalla realtà, e che anche per questo non conosce amicizia, una sera incontra la bella Nasten'ka che colma quel vuoto interiore che lo opprime.
Ella in poche notti assurge a nutrimento delle illusioni e dei deliri del protagonista e in breve si trasforma nello stesso sogno vivente del giovane innamorato.
Alla fine del romanzo il giovane sognatore (di cui lo scrittore non espliciterà mai il nome) dichiara il proprio amore a Nasten’ka che lo rifiuterà perché già innamorata di un altro.
Il mattino seguente è il momento del risveglio: dal sonno, dalle illusioni, dallo stimolante futuro fantasticato, dal sogno, ineluttabilmente sostituito dalla realtà come il giorno si sostituisce alla notte all’alba d’ogni mattino.

L’Italia sembra proprio non poterne fare a meno. Deve credere, deve sognare, deve ingannarsi. Peccato manchino la genuinità e la ingenuità del sognatore del romanzo.
L’ “Italiano” deve continuamente escogitare una realtà altra per mascherare il desertificante presente, l'aberrante quotidianità, comunque essa si chiami: politica (del malaffare), mafia, malessere economico e sociale, sopruso, violenza, malasanità, deturpazione ambientale, stato di abbandono dell’istruzione, in breve, attualità.
Sogna: non fa altro, da decenni.
Sogna: non sa far altro che sognare. Il domani sarà migliore, si dice, ma non si adopera perché ciò avvenga.
Sogna: in piccolo, in fondo gli basta il suo “orticello”.
Sogna: nulla di più.
Sogna: per “un attimo di beatitudine” che cancelli la solitaria incapacità di interpretare il proprio presente.
C'è una piaga amministrativa, politica e sociale come quella della recente situazione dei rifiuti in Campania (vergogna italiana agli occhi del mondo e dell’Italia stessa)? Non c'é problema, basta sognare ed il sogno si chiama come un titolo da fumetto: il “SuperIspettore Deggennaro” che va bene ai rossi, ai neri, ai bianchi e che risolverà tutto.
Crisi energetica? Non c’è problema: si sogna, si sogna e il sogno si chiama “Ritorno al nucleare” (che molti invocano!).
I salari non sono più adeguati allo stringente caro vita? Non c’è problema: si sogna, si sogna ed il problema si chiama "governo ladro, torniamo a votare, qualcosa cambierà”. L’esito é di gattopardiana memoria. Idiosincrasia per il Reale.
Il sogno è la panacea per i mali di Ca(o)sa Nostra.
In Italia c’è sempre una terra promessa da abitare, un santo da venerare, un’eterna Notte Bianca in cui approdare per un “’attimo di beatitudine e di felicità”. Sperare.
Nel romanzo di Dostoevskij il giovane sognatore conclude dicendo: “Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”


In Italia il Sogno si è già trasfigurato nell’Ideale Supremo, identità dello Stivale, nel motivo sufficiente per continuare ad esistere come “popolo” (fasullo come i suoi sogni), nello specchio di un Paese che fugge la realtà per rifugiarsi nell’onirica Speranza ed é proprio per questo motivo che in Italia trovano così successo i Pagliacci, i Taumaturghi, i Mercanti del plausibile, gli Imbonitori della realtà, i fasulli Redentori, i Napoleoni ed i Venditori di speranza a basso costo.
C’è sempre spazio per chi ci fa sognare, c’è sempre un voto per chi ci fa sperare, e se un mattino ci svegliamo un po’ delusi e ci accorgiamo del cattivo Reale; beh, che c’importa, si cambierà la legge elettorale.
L’importante è non smettere di sognare.

Ultimo aggiornamento ( luned́ 14 gennaio 2008 )
 
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