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Verso le elezioni, il giorno delle croci. PDF Stampa E-mail
Scritto da Agostino   
giovedì 31 gennaio 2008
autodecapitazione

A seguito della recente messa in minoranza al Senato del governo Prodi presto gli Italiani saranno  nuovamente chiamati alle urne.
Nei pochi secondi all’interno della cabina elettorale il popolo italiano dovrebbe – ahimè - tornare sovrano e titolare del diritto, ma soprattutto del dovere, di decidere del proprio destino e di aver presa sulla propria storia.
Nel lacunoso acquitrino politico considero legittime due annotazioni.
Primo, con l’attuale legge elettorale (la “porcata” del senatore Calderoli) la massa italica, non potendo scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, è di fatto relegata a interprete di una statale messa in scena, commedia teatrale all’italiana, quindi privata (e non sarebbe forse questo il peggiore dei mali) di essere protagonista del proprio presente.
Secondo, ravvisate le sconfortanti condizioni di degrado avvertite dai cittadini, ci sarà grande affluenza ai seggi, pattumiera dell’ingombrante accozzaglia sospinta fuori dalle proprie abitazioni e dagli schermi televisivi all’inseguimento della fantasia di un cambiamento, ingenuo storico e vano anelito dell’italico individuo, come al solito votante con pollice ed indice schiacciati a mo' di a pinza sulle narici.


D’altra parte ricordo agli avventati elettori del “nulla che ritorna” (anzi “che si conferma”, visto che tutto nella sostanza rimarrà invariato) che il simile elegge il proprio simile e che l’anonimato del voto non li deresponsabilizza nei confronti delle scelte determinate dalla croce che apporranno sulla scheda elettorale.
La croce è sempre presente nel reale e nell’immaginario della nostra italietta catto-comunista, clerico-fascista, e comunque sia, sempre mediocre ed immobile.
La croce: come il simbolo della cristianità, delle radici culturali del nostro paese e come il contrassegno sulla carta elettorale della propria scelta; entrambi riproponenti la vocazione italica ad un’estetica del martirio, alla crocifissione del cambiamento nella sua fasulla celebrazione.

A grandi responsabilità dovrebbero sempre corrispondere grandi virtù.
Dovrebbero appunto; ma la  panoramica della ragione, dell’intelligenza, delle virtù della massa peninsulare offre solo una distesa di imbarazzanti e desolanti pianure viziose piuttosto che alte e profumate cime virtuose.
La vergogna si distende piatta ed uniforme su queste pianure abitate da una classe dirigente incapace, corrotta, sprezzante della legalità, spudorata e sulla mortificante massa votante (dalla classe politica invocata a gran voce e chissà  mai per quale motivo solo ora!) che ignobilmente  il giorno delle elezioni ne avallerà il diritto ad esistere e a regnare.
Il "giorno delle croci” (indistintamente dove esse verranno apposte) si rinnoverà il consueto rito sacrificale della conservazione, eutanasia della nazione e della speranza per i suoi giovani, liturgia in nome dell’irreale e irrealizzabile ideale democratico, ormai conciato solo a pantomima di se medesimo,  nel quale il popolo contemporaneamente indossa le vesti dell’apostolo, del celebrante, della vittima e del carnefice.
L’indifferenziazione di cui si satura il voto democratico vorrebbe apparire effige del diritto all’uguaglianza (ma lo è veramente?); piuttosto a  me appare la rappresentazione dell’umiliazione delle virtù delle persone eccellenti e la parificazione dei valori a vizi e mediocrità, cancellazione di qualsiasi sistema di merito (peraltro mai attivato).


E allora sarebbe forse giunto il momento di esprimere che “uguaglianza” e “identicità” non sono la stessa cosa e con ciò affermare, con piglio rivolto alla propria ragione e alla propria coscienza, che possiamo essere in sostanza tutti eguali e giustamente titolari di diritti e doveri (democraticamente assunti) ma non identici, là dove identicità s’intenda come la determinazione della persona secondo i propri valori e virtù, o contrari.
L’uguaglianza si percepisce con la nascita ed è un diritto da riconoscere universalmente a qualsiasi individuo affinché egli possa aprirsi al mondo con pari opportunità e dignità sociale rispetto ad ogni altro suo simile, a dispetto di qualunque distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali.
Ma l’identicità è cosa ben diversa: è iperbole di un “tutto uguale”, sempre e ad ogni condizione, è la saturazione di questo diritto evoluto a indifferenziazione, frutto di stordimento ed ebbrezza da ideale derivante né dalla ragione né dalla coscienza.
Non può forse solo essere un’ideazione della passione, della pulsione e del sentimento, la brama di sentirsi parte del tutto identico?
E’ forse virtuosa la brama dell’indifferenziato?
Il pregiudicato è forse uguale ad un cittadino onesto? E un prescritto (assolto ma colpevole)? Una persona priva di moralità o di senso della legalità pure? Chi lancia un motorino dalla tribuna dello stadio, chi discrimina un individuo per l’orientamento sessuale o la razza, chi ruba, chi mente (e ricopre cariche pubbliche per di più!), chi concede in modo borbonico incarichi pubblici ai propri “sostenitori”, corruttori, collusi, mafiosi, chi lavora onestamente, chi è tollerante, chi usa la ragione, chi no: tutti identici? Con pari virtù forse? Tutti l’espressione della società virtuosa forse?

Il giorno delle elezioni il popolo si libra in volo sospinto dallo zefiro passionale della libertà di decidere del proprio avvenire. Esprime il proprio voto, per riconquistare quell’uguaglianza formale che nella realtà sostanziale invece non esiste (né mai è esistita), compressa dalla propria appartenenza a ceti sociali ed economici che permeano il rigore dell’ideale.
Così facendo, esaltati dal gioco ideologico, i piedi della massa che dovrebbero più di qualsiasi altri rimanere ben piantati nel terreno della realtà si staccano e rivendicano libertà che conducono soltanto ad una situazione di cecità nei confronti della propria schiavitù.
Nel giorno delle croci dunque tutti gli schiavi saranno in fila a votare ordinatamente a favore del proprio padrone ringraziandolo della libertà di voto concessa loro.
Come tutto cambierebbe se solo la massa si trasformasse in Popolo, se essa acquisisse le auspicate virtù!
Ma anche questo auspicio è solo un desiderio ben lungi dalla realtà.


Così, la croce impressa sulla scheda elettorale nel più fermo desiderio di voltare pagina, di essere padroni del proprio futuro, coscienziosi rispetto ai propri doveri, liberi, si trasforma nell’accondiscendente abbandono al proprio destino di mezzi liberi , o meglio, di mezzi schiavi.
La croce per conservare una classe dirigente incapace.
La croce per conservare il proprio status di massa, di pecore!
Gli italiani della massa sono pecore. Evviva!
Già Nietzsche scrisse: << Le povere pecore dicono al loro pastore: “Vai pure sempre avanti e non ci mancherà mai il coraggio di seguirti”. Il povero pastore però pensa tra sé: “Venitemi pure sempre dietro e non mi mancherà mai il coraggio di condurvi”.>>
Essere “liberi”, entro due opzioni non dissimili, comunque scadenti, mediocri: o di qua o di là, tuttavia immobili. Chissà se questa é davvero libertà. Non credo, ma pare essere la volontà della massa italica.


Ottusa e cieca essa è quotidianamente logorata perché priva di una direzione, incapace di imporsela, sprovvista degli elementi per individuarla. Rimane convinta che non ci siano alternative; che la scelta di stare o di qua o di là sia forzosa. Si sente costretta a scegliere “il meno peggio”, quello “che più fa il suo interesse”, quello “vincente” per poter “sedere alla sua tavola” nel momento della “spartizione della torta”,  e ci si accontenta pure delle briciole sotto il tavolo ormai.
Dimentica che la volontà, motore di ogni alternativa, costa sacrificio, impegno, saggezza, coraggio, moderazione e uso della ragione, che l’effimero prima o poi svanisce, che l’ebbrezza quando si dilegua lascia solchi d’animo e intorpidimento.
Il giorno delle croci, dell’identico nulla indifferenziato, della conservazione dello status pecorandi si avvicina.
Già lo vedo. Il voto dell’accozzaglia si trasforma da comando, da esercizio di sovranità a semplice dichiarazione di obbedienza.
L’abdicazione - democratica ovviamente - della nazione consente ancora una volta agli attuali dirigenti politici di rimanere ai loro posti come ormai fanno da quindici, vent’anni, chi ancora da più tempo, a prescindere dai loro meriti, dal loro valore, dalle loro virtù a spartirsi le loro poltrone, le loro segreterie, i loro incarichi e quelli degli altri amici, ad amministrare le loro questioni giudiziarie (vedi ultimo processo Sme, giusto per fare un esempio), personali, a depauperare la realtà dei cittadini (dopo le elezioni ricondotti a servi) e il loro immaginario con la preclusione della speranza di un futuro altro.
Questa concessione é l’ammissione del reiterato rifiuto al risorgimento di una massa, di un’accozzaglia votante che non fa uso dell’intelligenza e che é perfino arida di buon gusto, che accetta il proprio futuro come destino (sventurato), come fatalità, dimenticando che il destino esiste solo per chi vi si abbandona.
Il giorno delle croci, che bel giorno sarà, cara italietta!

 

 

Ultimo aggiornamento ( giovedì 31 gennaio 2008 )
 
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