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Su “La Repubblica”di mercoledì 6 febbraio appare un’inchiesta sugli italiani laureati che non leggono. E che peggio ancora, scrivono con i piedi. “Avvocati, medici, ingegneri, dopo anni di università, un dottore su cinque ha serie difficoltà ad usare la parola scritta”. Prima o poi arrivano, in ritardo, ma arrivano. Qualcuno forse pensa che la “laurea” sia un attestato di intelligenza. Confondono gli esami universitari con il sapere. La mandria di giovincelli semi-analfabeti che fuoriescono ogni anno dalle nostre “povere” università con le loro “lauree” inneggianti le lodi, sono quanto meno poco veritiere. E se lo erano ancor prima, figurarsi ora, con le lauree brevi, che sanciscono che anche un somaro ha il diritto alla sua giornata di gloria e al “titolo” vita natural durante di “Dottore”. Persi poi nei meandri della vita a rincorrere l’ampiezza del proprio portafoglio titoli. Dottori, avvocati, dentisti, liberi professionisti, di ogni genere e vario settore, si dimenticano che un esame di diritto o di anatomia o di microbiologia, ha vita e storia a sé. Dopo un anno finisce nel dimenticatoio, figurarsi dopo decenni! Ma loro sono imperterriti, e continuano nel loro “presunto” sapere. L’aggiornamento è necessità di arricchimento non tanto professionale, (meschina ipocrisia della casta a cui appartengono) quanto puramente viscerale come tornaconto monetizzabile. Si aggiornano il cervello per riempirsi le tasche, laddove sovente, un paziente è un cliente. Con fierezza questa nuova “nomenclatura ad honorem” si erge sopra il sapere finendo essa stessa schiacciata, non tanto da ciò che sapevano, quanto da ciò che hanno dimenticato. Sono la rappresentanza della nuova categoria di “analfabetismo”. Dimentichi che la lettura come l’acqua, non solo è quotidiana, ma che sapere e conoscenza camminano nella stessa direzione. Questa breve inchiesta di “Repubblica”, lo svela. I laureati non sanno scrivere e non hanno tempo per leggere. Troppo indaffarati al “particolare”. Il loro. Anch’essi sono lo specchio del Paese. Concorrono a comporre il peggio. Occupano la loro parte. Non occorre saper scrivere correttamente, la necessità è saper fruttificare quel che già sanno, come tornaconto. I libri che possiedono sono legati agli anni universitari, cioè alla scuola. E questo è sufficiente per riempire una stanza di demotivazione. Non esiste la cultura, come cammino quotidiano. La parola cultura, salvo casi isolatissimi, viene abolita per legge dopo la laurea. Sempre secondo questa inchiesta, il 73% dei laureati non va mai in biblioteca, ed il 49, 3% dichiara di non avere tempo per leggere. Questa ignoranza collettiva riflette il Paese. E verrebbe da dire, anche la politica. Ma un’arte, forse la detengono: quella della retorica. Ci sono dunque due categorie: gli analfabeti “sociali”, e quelli “professionali”. I primi hanno la giustificazione del destino, socialmente avverso, legati nella loro incomunicabilità, sono artefici e partecipi della loro ignoranza, che non giustifica, ma asserve. Rincorrono la sopravvivenza, ultima meta. Perifrasi di se stessi. Nemmeno il loro piagnisteo, il loro vittimismo, li rende esenti dall’ingiustizia sociale. I secondi, sono la “ mucillagine” evidenziata dal Censis, nell’ultimo rapporto annuale. Melma latrinosa, dediti a quell'analfabetismo acclarato insito nella loro “ professionalità”. Nell’alto del loro “incravattamento” sociale, fomentano il mantenimento dello “status quo” perenne. Li senti uggiolare nel momento in cui vengono “toccati”, ma poi dimentichi, ritornano alla loro principale “arte”: la schiavitù nella baumiana società liquida. Non più tempo, dunque, per la conoscenza, perché in loro il tempo è pura illusoria metafora della “professionalità”. Dediti al riempimento quotidiano della “ciotola”: pancia e tasche in primis, i minuti per un articolo non esistono, figurarsi per un libro. Servi, in fila per un posto nell’acclarato panorama dell’ organigramma della compagine sociale. Penose immagini di ciò che erano riempiono i loro vuoti di memoria. I libri del Dott. Analfabeta non esistono più. Né si sa se sono mai esistiti. Come il loro linguaggio, obsoleto e defunto. Privati ormai da tempo dell’abbecedario della vita. Camminano insieme a vocaboli inespressivi. Come sono i loro risultati. Stereotipi della cultura socio-economico-televisiva della società del presunto benessere. Dott. Analfabeta, il ciuchino di Collodi, si inchina ossequioso al suo passaggio. Quid autem secundum litteras difficillimum esse artificium? |