La crisi della politica della crisi.
Scritto da Agostino Signorelli   
marted́ 22 maggio 2007

21.05.2007. Prima fu la volta del Presidente della Repubblica Napolitano e poi quella del Ministro degli Esteri D'Alema. Nei giorni scorsi entrambi segnalarono l'allarme di una crisi della politica, del proprio crescente e dilagante distacco dal Paese con le solite strumentalizzazioni, a fine di propaganda elettorale, da parte della fazione antagonista. Se dal primo, in qualità di garante delle istituzioni, è concepibile, e forse doverosa, la necessità di richiamare il tema all'attenzione della classe politica, non è ammissibile da parte del secondo. A tal proposito sono nauseato dal comportamento di un ministro che, nell'ottica di un macerante populismo, urla alla nazione il problema senza proporre un benchè minimo abbozzo di provvedimento a riguardo e soffocando la propria dichiarata impotenza nel tacito, ovvio consenso popolare per  tale affermazione.


E' incredibile la faccia tosta di chi di questa discrepanza ne è la causa, se non direttamente, almeno indirettamente perchè incapace di farvi fronte. In realtà, i moniti lanciati sono solo l'ennesimo trucco per celare una ancora peggiore situazione: il popolo non si è stancato della politica (consideriamo la massiccia presenza alle ultime politiche) ma dei propri politicanti. In un Paese nel quale si riscontrano la più bassa media dei salari d'Europa in rapporto alla più alta media degli stipendi dei parlamentari non potrebbe essere altrimenti.

Inutili i piagnistei, inutili le annunciate possibili crisi a memoria di prima repubblica. E' da molti anni che il distacco tra il Palazzo e la popolazione si acuisce.

In tempi non sospetti Pier Paolo Pasolini sulle pagine de il Corriere della Sera (01/08/1975) denunciò che quello che accade dentro il “Palazzo”: gli intrighi, le alleanze, le congiure, le fortune, gli ossessionanti interessi sui vertici e sui personaggi al vertice, i personali interessi, le maestranze di governi che non potrei meglio aggettivare che con il termine “ad personam”, tutto questo è distante dalle vicende del popolo. Una denuncia che colpiva anche gli intellettuali, da sempre troppo “cortigiani”, “populisti”. Ora mi chiedo se ce ne sono ancora di intellettuali o se si nascondano.

Il conservatorismo di taluni ed il sedicente progressismo degli altri sono le medesime maschere dietro cui trincerare l'unico vero fattore comune che unisce la nostra società e di cui i governi, a discapito dei sentimenti popolari, della cultura e di ogni forma di umanità, si sono fatti legislatori: il consumo.

Il consumismo vissuto come bisogno, oggetto, fine ultimo di ogni umana esistenza sembra dettare le regole della vita civile contemporanea.

Come scrive Zygmunt Bauman nel suo “Homo consumens” a tenere insieme la “società liquida” oggi è l'intreccio “produzione e consumo”, due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere circolare del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.

Una classe politica non più capace di proporre modelli sociali, criteri comportamentali, valori, idee si rivolge ai suoi membri solo in quanto consumatori, capaci di rispondere positivamente alle tentazioni del mercato per mantenerlo vivo e scongiurare la minaccia della recessione; individui le cui identità sono sempre più consegnate agli oggetti posseduti.

Il trionfale conformismo dei conservatori, della classe “clerico-fascista”, di quella “catto-comunista”, l'indegno disprezzo per i cittadini, la manipolazione del denaro pubblico, l'intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, la connivenza con la mafia, le guerre mascherate da operazioni di pace, la distruzione paesaggistica ed urbanistica del Bel Paese, la degradazione antropologica degli Italiani (aggravata dalla totale inconsapevolezza degli stessi), la responsabilità delle condizioni delle'istruzione nelle scuole, della sanità negli ospedali, di ogni opera pubblica primaria, della cultura (o forse meglio sarebbe dire sub-cultura) di massa dei mass-media, la delittuosa stupidità della tv commerciale (e statale, che poi è lo stesso), il decadimento della Chiesa, la distribuzione borbonica delle cariche pubbliche, dei privilegi agli adulatori sono già state denunciate oltre trent'anni fa'.

Il moralismo, il normalismo, il populismo del Palazzo non è servito a nulla in questi anni e si ripropone oggi immutato, per l'ennesima volta, con gli stessi burattini e burattinai,  palesandosi nelle dichiarazioni degli uomini della politica, più preoccupati a propagandare il proprio prodotto da far “consumare” più che alle esigenze del popolo per il quale esso dovrebbe essere preposto.

Ultimo aggiornamento ( marted́ 25 settembre 2007 )