Esistenze tra dati e paura.
Scritto da Agostino Signorelli   
mercoledì 27 giugno 2007

Rapporto 2006 del Viminale sulla criminalità, sale la paura per l'immigrazione clandestina. Nuovi naufragi nelle acque del Mediterraneo. Un italiano su quattro prova paura.

21.06.2007. Angoscia e paura sono canali emotivi dalla comune matrice; entrambi si sviluppano fenomenologicamente con quel senso di impetuosa ansia, amarezza, latente insicurezza che conduce al collasso il nostro abitudinario modo d'essere.
L'ansia, dovuta all'incapacità di affrontare questa statica tensione, si dilata smisuratamente straripando dagli argini del controllo nella bieca frustrazione e nel patologico malessere proprio quando la nostra soggettività si capacita della propra inadeguatezza rispetto ai possibili, molteplici scenari d'azione che le si dispiegono innanzi.
Ben diverso però è l'oggetto da cui scaturiscono questi due assimilati stati d'animo: mentre nella paura l'oggetto minaccioso si esprime nella sua oggettiva determinatezza, nell'angoscia esso non è palesato ma meditato come possibilità imperante di pericolo.
E' la sensazione del pericolo a essere messa a fattore comune.

I mezzi d'informazione in questi ultimi tempi riempiono i loro canali scodellando le più disparate statistiche sulla criminalità, sui pericoli della clandestinità e sul crescente degrado delle periferie consegnate agli extracomunitari. Anche il Ministro Giuliano Amato ha tenuto una conferenza stampa informandoci dei dati di queste ultime statistiche riportando gli esiti del Rapporto 2006 prodotto dal Viminale.
Percentuali, dati, innumerevoli dati. Una serie sconsiderata di numeri e rapporti a cui non solo si affida il compito di rappresentare fotograficamente un determinato scenario ma alla cui asetticità si affida il non idoneo compito della comprensione.
Per esempio un italiano su quattro non si sente sicuro, il 25% del campione della ricerca.
Un dato, un rapporto.
Il dato insomma non riassume le cause del problema, non suggerisce nemmeno la soluzione o la lettura ma si limita solamente a dimensionarlo.

Contemporaneamente all'uscita delle più recenti statistiche su  "clandestinità - immigrazione - criminalità" si stende sulle pagine dei giornali, solo di alcuni per la verità, la notizia dell'ennesimo naufragio di un barcone di immigrati al largo di Malta: quattro superstiti su ventisei passeggeri aggrappati alle gabbie per l'allevamento dei tonni in acque libiche.
Ventidue morti.
Gli ultimi in ordine di tempo di uno strano gioco al massacro.

Non voglio occuparmi della corrotta politica e della sua connivenza con il business che scaturisce dalle questioni del terzo mondo; vorrei solo occuparmi dei nostri sguardi latitanti, della nostra indifferenza, delle nostre angoscie e delle nostre paure.

Non ho mai assistito ad uno sbarco di clandestini da uno di quei miserrimi barconi dove stanno ammassati come bestie, non ho mai odorato il loro odore o quello putrefatto dei morti sacrificati nelle acque  che si è incollato indelebilmente addosso alla loro pelle, non ho mai guardato i loro volti straziati dalla fatica per la mancanza di sonno, per lo sforzo di non naufragare e non mi sono mai scontrato nelle loro espressioni consapevoli che il loro non era viaggio di cortesia ma un viaggio di speranza, di lotta contro la morte. Clandestini.
La prima volta che si assiste alla televisione a queste immagini si rimane straniti, la seconda scandalizzati, la terza preoccupati, ma quando quotidianamente si assiste a queste scene i morti non sono morti "importanti", le immagini scorrono e non si trasformano più in emozione, non più in vita: solo puro dato.
La tragedia diventa episodio che non lascia nessun brivido, intaccato il nostro sentimento morale si scosta, fuggendo e facendo scivolare il dito sul tasto del telecomando che cambia trasmissione. Un analfabetismo emozionale con il quale abbiamo imparato a convivere, che ci tranquillizza, che è entrato a far parte a pieno titolo della nostra cultura, un'insensibilità ed una indifferenza che non ci fanno nemmeno più preoccupare, rimosso come si rimuove lo sguardo di fronte ad un'azione di cattivo gusto.
Ma la nostra tranquillità è solo passeggera, momentanea, falsa ed ipocrita perchè alla prima notizia data dal dossier sulla criminalità la pelle si arruffa, la memoria rispolvera certe immagini, la nostra coscienza che rimuove rinviene e ci proietta davanti a quello a cui il dato da solo non significa ma a cui inevitabilmente rimanda.

"Chi non conosce il proprio limite, tema il destino" diceva Aristotele.
Noi, gli occidentali smisurati, nello smisurato benessere direttamente proporzionale alla smisurata povertà del mondo (del terzo mondo), tracotanti, percepiamo (forse anche solo inconsciamente) che tutto ciò che accade non può essere solo imputato ad un intreccio fortuito di casi storici.
La nostra dismisura si proietta nelle ombre dei volti dei clandestini, si specchia nella statistica di chi per sopravvivere deve fare i conti anche con l'illegalità; il nostro progresso si scontra con la violenta reazione dell'arretratezza tecnologica, il dubbio che il nostro comportamento sociale possa contribuire ad essere causa dello stesso nostro stato di malessere si fa possibilità. Le immagini dei prodotti che consumiamo nella nostra quotidianità ci ricordano che le merci sono molto più libere delle persone. Esse possono spostarsi mentre gli uomini solo dipendentemente dal loro censo, una libertà oligarchica figlia di "diritti" instaurati per tirannia economica dall'occidente che si autodefinisce democratico  ed esportatore di democrazia.
 
Hegel affermava che l'uomo a differenza dell'animale non uccide solo per mangiare ma anche per il riconoscimento della sua superiorità e per il mantenimento della stessa e le immagini dei corpi dei clandestini recuperati al largo ci riportano alla mente che un uccisione può essere praticata non solo di proprio pugno ma pure attraverso un mandante.
La carnefina allora può essere anche eseguita attraverso il mandante del diniego, di fronte ad una situazione, con la propria indifferenza, con una legge, come quella sul diritto di asilo politico, di cui scandalosamente l'Italia (sebbene aderisca alla Convenzioni delle Nazioni Unite sui rifugiati) non si è ancora dotata in modo completo e specifico.

Urge un cambiamento drastico nel nostro modo d'essere, nel modo di recepire le situazioni, di riformulare  il dato. Serve maggiore meditazione e non solo quantificazione poichè non basterà non leggere questo articolo, non basterà cambiare trasmissione, il pericolo persisterà e se non sarà la determinatezza di un assalitore che ci punta un'arma, di un rapinatore che ci minaccia, di uno spacciatore che vende la droga al nostro figlio, di uno stupratore che violenta la nostra fidanzata o la nostra figlia sarà l'inalterata angoscia che tutto questo possa comunque accadere a farci vivere le nostre esistenze nella paura.

Ultimo aggiornamento ( martedì 25 settembre 2007 )