L'illogica identità.
Scritto da Agostino   
lunedì 12 novembre 2007

Ogni uomo rivendica attraverso la propria identità il desiderio di unicità, la volontà di essere altro da altri, di essere se stesso.

Ciò fonda le sue radici dal "principio logico" che descrive che ogni cosa è identica a se stessa, escludendone l'identicità con altre.
Io sono io, in quanto tale diverso da qualsiasi altro, dunque unico.
La logica, proprio per la sua "logicità", per la sua immediatezza, per la sua facilità, per la sua indiscutibilità è stata l'inconfutabile regnante del pensiero occidentale, impostasi come solitaria caratterizzazione dell'essenza del pensiero fin dal suo precursore, Platone.
Ai giorni nostri la logica risulta talmente sprezzantemente indiscutibile che, quando si vuole convincere qualcuno di qualcosa si è soliti addurre come estrema motivazione la seguente affermazione: questo o quello è "del tutto logico", e così si elimina ogni obiezione.
"Logico" diventa qui ciò che é consequenzialmente esatto, ossia conforme ai presupposti.

Identità. In passato l'identità dell'individuo, come ben ricorda U. Galimberti in un suo articolo apparso su Repubblica del 28 dicembre 2006, era totalmente legata all' "appartenenza": religiosa innanzitutto (essere cristiani invece che mussulmani, ebrei, buddisti o atei), culturale (essere nati e cresciuti in occidente piuttosto che altrove), ideologica (essere di destra o di sinistra o qualunquisti), familiare (a secondo si abbia o non si abbia una famiglia e, nel primo caso, se si tratta di una famiglia nobile, borghese o proletaria), di genere (maschio, femmina, transgender), di orientamento sessuale (etero, omo, bisex).
Come risultante di tutte queste appartenenze, l'identità non ha in sè alcuna traccia "naturale", ma in ogni aspetto "costruita".
Di qui il problema: che ne è della mia identità oggi che i contorni delle diverse appartenenze si smarginano, che i confini dei diversi territori diventano permeabili, che le leggi allargano le loro maglie per ospitare il più possibile tutte le genti, nella contaminazione dei loro usi e costumi, e per garantire a ciascuno l'esercizio della propria libertà di sposarsi o convivere, di esercitare la propria sessualità in base alle proprie tendenze, di pregare il proprio Dio o nessun Dio, di trasmigrare da destra a sinistra e viceversa perchè nessuna idea forte fa più differenza?


A proposito di questo quesito Galimberti, in uno slancio di ottimismo, afferma: "in questa assenza di confini la grande occasione perchè nasca una identità senza la comoda protezione dell'appartenenza, e quindi un essere-se-stessi che nessun dispositivo religioso, culturale, giuridico possa davvero codificarci".
Galimberti si rapporta in questa asserzione con un prototipo di uomo che (ahimè) deve ancora venire e popolare questa terra.
Non nego che é affascinante la prospettiva di vivere in una società composta da individui dotati della libertà di essere-se-stessi fuori da qualsiasi matrice, da qualsiasi codice; capaci di scegliere chi essere, tuttavia credo che ciò possa essere soltanto ricondotto nella sfera delle possibilità, meglio ancora nella sfera delle utopie.
Sebbene la possibilità rappresenti un'apertura, il reale la comprime in modo talmente pressante ed evidente da renderla quasi inavvertibile.

Il problema radicale, e fondamento dell'inattuabiilità della speranza di Galimberti, è ciò di cui lui stesso é convinto assertore, l'età della tecnica, in cui gli uomini esistono nella società solo come ingranaggi di un meccanismo, funzionari di un apparato.
La libertà di scelta è solo quella prevista nell'ambito dell'apparato, molto spesso in chiave dicotomica con la preferenza per le scelte da svilupparsi secondo un sistema binario.
La domanda che il professore dolcemente non si pone o che trascura di porsi in quel breve articoletto (credo per evidenti problemi di spazi editoriali) è quanto l'uomo occidentale sia preparato a conoscere-se-stesso e se sia realmente consapevole che la conoscenza/scelta di sé possa avvenire all'esterno di quelle appartenenze che lui stesso richiama.

In realtà bisognerebbe ritornare indietro nel tempo e interrogare nuovamente quel principio logico che richiamavo in introduzione.
Infatti, "logico", che può significare consequenzialmente esatto, ossia conforme ai presupposti, come ricorda Heidegger, può anche significare "adeguato", vale a dire conforme, e quindi ancora conseguente e conforme ai principi.
Se anche noi ci richiamiamo al tanto famoso "principio logico
", prosegue Heidegger, ricorriamo ad un vincolo che consiste nel seguire una particolare coerenza. Ma la coerenza può essere data da molte cose e può presentarsi in molteplici modi. Più precisamente la semplice coerenza, "il principio logico", non contiene alcun nesso vincolante, per cui in ogni caso manca ad esso la peculiarità e lo spessore del vero. Ciò che è "logico" non ha bisogno di essere "vero". Il folle labirinto della storia può essere costruito "logicamente". Il "principio logico", tante volte citato, non può mai offrire e fondare il vero. Anche un delinquente pensa "logicamente", forse anzi pensa "più logicamente" di un uomo onesto. E noi esiteremmo a considerare vera la "logicità" che c'è nel crimine, solo perchè - come si dice senza pensare - esso è logico.
L'uomo specificamente "incolto" mostra una particolare predilezione per l'uso della espresione "logico". L'uomo "incolto" è colui che non è in grado di farsi alcuna idea della cosa di cui si tratta; egli non conosce il modo in cui si presenta il rapporto con le cose ed ignora come questo rapporto debba essere sempre conquistato  e possa essere unicamente ottenuto a partire dalla cosa attraverso una discussione che la riguarda direttamente. Pensare "logicamente", seguire il "principio logico", non comporta di per sé alcuna garanzia del vero. Anche l'illogico può nascondere in sé il vero. Il principio logico vorrebbe essere conforme alla norma del pensiero, ma questa normalità, vale a dire questa consuetudine, non può mai ergersi a istanza del vero.

"Illogicamente" voglio allora affermare che per molti individui la propria identità non si poggia sull'enunciato iniziale:
"Io sono io, in quanto tale diverso da qualsiasi altro, dunque unico"

ma
" io sono io, ma io sono anche  tutti, quindi anche altro da me. Perciò io non sono io".

Di fronte a questa mia "illogica" affermazione il pensiero logico, che non riesce a verificarla  poichè in sè stessa contradditoria, collassa e si  arresta. Comunemente l'affermazione verrebbe scartata e giudicata non vera.

Ma l'omologazione sociale che inscrive l'uomo all'interno dell'apparato tecnico, come suggerisce Zygmunt Bauman nelle vesti di consumatori e produttori per esempio, afferma l'uomo come esistente solo se "funzionante", cioè solo se  privato dell'identità, de-personalizzato, organo e funzionario dell'apparato.
Ciò sostituisce alla nostra identità un nulla, un vuoto riempito apparentemente da matrici e codificazioni "logicamente" funzionanti e soddisfacenti: moda,  consumo,  successo, miraggio di potere.

Come scrissi un anno e mezzo fa':
"Restano a descriverci
solo immagini
irreali proiettate
nella estranea intimità:
mercato di identità
nelle pietose strade
che sfoggiano a festa
apparizioni di conformato pudore."

Io non sono più io (ed io solo) ma io sono altri da me: la media, l'accettato, il conforme, l'integrato, il funzionante.
L'identità di molti (senza slanci di ottimismo, direi "dei più") è naufragata attraverso il mare della logicità, dell'abitudine, del pensiero comune.

Che sia forse giunto il momento di ripensare le modalità attraverso le quali abbiamo pensato fin'ora per ritrovare la  rotta e terre (nuove?) sulle quali approdare?
Chissà, forse anche  questo è ancora una volta l'ennesimo "logico" pensiero?

Ultimo aggiornamento ( lunedì 12 novembre 2007 )